Epicondilite: quando il gomito fa male (e come tornare a stare bene)
- Raffaele Pezzella
- 28 ott 2025
- Tempo di lettura: 3 min

L’epicondilite, conosciuta anche come “gomito del tennista”, è una condizione molto più comune di quanto si pensi. Non colpisce solo chi pratica sport con la racchetta, ma anche chi svolge attività lavorative o domestiche che richiedono movimenti ripetitivi del polso e dell’avambraccio — come digitare al computer, usare strumenti manuali o sollevare pesi.Fortunatamente, nella grande maggioranza dei casi si tratta di un problema benigno e risolvibile, soprattutto se affrontato tempestivamente e con le giuste attenzioni.
Cos’è l’epicondilite?
Si tratta di una tendinopatia inserzionale, cioè un’infiammazione o più spesso una degenerazione dei tendini che si inseriscono sull’epicondilo laterale dell’omero, la piccola prominenza ossea che si trova all’esterno del gomito.Questi tendini collegano i muscoli estensori dell’avambraccio al braccio, e quando vengono sovraccaricati — per microtraumi ripetuti o movimenti mal eseguiti — possono sviluppare microlesioni e infiammazione locale.
I sintomi: come si manifesta
Il sintomo principale è un dolore localizzato sulla parte esterna del gomito, che può irradiarsi lungo l’avambraccio fino al polso.Spesso si avverte:
dolore nel sollevare oggetti, anche leggeri (una bottiglia d’acqua, una tazza);
fastidio nel ruotare l’avambraccio, ad esempio per aprire una porta o girare una chiave;
riduzione della forza nella presa;
dolore notturno o rigidità al risveglio nei casi più avanzati.
Nei casi cronici il dolore può diventare persistente, anche a riposo, limitando le normali attività quotidiane.
La diagnosi: una visita, non un sospetto
La diagnosi di epicondilite è clinica, ossia si basa sulla visita ortopedica.Durante la valutazione, il medico verifica la localizzazione del dolore e la presenza di specifici segni, come:
dolore evocato alla pressione sull’epicondilo laterale;
dolore durante la resistenza all’estensione del polso o delle dita;
rigidità o riduzione della forza.
Per confermare il sospetto o escludere altre cause (come artrosi, compressioni nervose o microfratture), si possono eseguire esami strumentali come:
ecografia, utile per valutare lo stato dei tendini e la presenza di calcificazioni;
risonanza magnetica, nei casi più resistenti o complessi.
La terapia incruenta: il primo passo (e spesso l’unico necessario)
Nel 90% dei casi, l’epicondilite guarisce con trattamenti non chirurgici.L’obiettivo è ridurre il dolore, favorire la guarigione dei tendini e prevenire le recidive.Le strategie più efficaci includono:
Riposo e modifica delle attività: sospendere o ridurre i movimenti che scatenano il dolore, senza immobilizzare completamente l’arto.
Terapia fisica e riabilitazione: stretching e rinforzo progressivo dei muscoli estensori, guidati da un fisioterapista esperto.
Terapie strumentali: onde d’urto, laser, tecar o ultrasuoni, utili a stimolare la rigenerazione tendinea.
Terapie infiltrative: in alcuni casi selezionati si utilizzano infiltrazioni di cortisone (nelle fasi acute) o di PRP (plasma ricco di piastrine) per stimolare i processi di guarigione.
Tutori o bracciali epicondilari: possono alleviare il carico tendineo durante le attività.
Con un corretto percorso riabilitativo, il dolore tende a ridursi progressivamente in poche settimane, e la completa guarigione si ottiene generalmente entro 2–3 mesi.
La terapia chirurgica: un’opzione per pochi casi
L’intervento chirurgico è riservato ai casi cronici e resistenti (meno del 10%), nei quali la terapia conservativa non ha dato risultati dopo almeno 6–12 mesi.L’obiettivo è rimuovere il tessuto tendineo degenerato e favorire la guarigione.Può essere eseguito in artroscopia o a cielo aperto, in anestesia locale o generale, e prevede una breve convalescenza.Dopo l’intervento, il recupero funzionale completo si ottiene generalmente in 8–12 settimane, con un programma di fisioterapia personalizzato.
Prevenzione e mantenimento: come evitare le recidive
La prevenzione è fondamentale per chi ha già sofferto di epicondilite o svolge attività a rischio.Ecco alcune semplici regole:
Riscaldarsi sempre prima di un’attività fisica o lavorativa intensa.
Eseguire esercizi di stretching per gli estensori dell’avambraccio.
Correggere la postura e la tecnica nei movimenti sportivi o lavorativi ripetitivi.
Utilizzare attrezzi ergonomici e, se necessario, un tutore durante le attività più impegnative.
Mantenere la forza e la flessibilità muscolare con esercizi regolari.
In sintesi
L’epicondilite è una patologia fastidiosa ma assolutamente curabile.Con una diagnosi precoce e un approccio terapeutico personalizzato — che unisce riposo, fisioterapia e buone abitudini — è possibile tornare a utilizzare il braccio senza dolore e prevenire future ricadute.L’importante è non trascurare i primi sintomi e rivolgersi a un ortopedico di fiducia per impostare da subito il percorso più adatto.




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